IL POPOLO INVISIBILEbrani scelti:
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Benedizione Celtica
A te la pace profonda
dello scorrere dell'onda.
A te la pace profonda
delle stelle lucenti.
A te la pace profonda
del Figlio della pace.
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Le Fanciulle del Musco
Si racconta che a tessere le tante varietà di muschi fossero delle bellissime fanciulle che utilizzavano allo scopo un preziosissimo filo verde: il loro nome era Fanciulle del Musco.
Pare vivessero un tempo nelle grandi foreste, in particolare in quelle delle Alpi Orientali, ma trovandosi il muschio in quasi tutti i boschi si può pensare che, ben celate, frequentassero tutte l'arco alpino e prealpino. Sono descritte come fanciulle di grande bellezza, con occhi ridenti e luminosi e la pelle candida, i loro abiti erano verdi, intessuti con un magico filo del colore delle foglie. Poiché dimoravano sugli alberi, ed erano di carattere riservato, erano invisibili agli umani.
Come le Driadi e le Waldmutter delle Alpi Tedesche, anche loro vivevano quanto la pianta che abitavano. La loro abitazione aveva la forma di nido, era lì che si rifugiavano e filavano il prezioso filo verde. Anch'esse conoscevano l'arte del fuso e dell'arcolaio. Quando i boschi diventavano silenziosi con il cader della notte, le fanciulle del musco discendevano dalle loro dimore arboree e danzavano nelle radure illuminate dai raggi della luna. Le loro danze, a volte dolci a volte sfrenate, duravano fino alle prime luci dell'alba quando, temendo di essere viste, si affrettavano a raggiungere i loro rifugi.
Le fanciulle del musco conoscevano anche una segreta magia che permetteva loro di trasformare le foglie degli alberi in oro puro; ecco perché, durante la stagione autunnale, le chiome di alcuni alberi risplendono ancora adesso, nelle ore del tramonto, d'un colore mai visto, d'oro zecchino.
La leggenda del Lago di Carezza
Un tempo molto lontano viveva nel lago una bellissima Ondina che aveva l'abitudine di cantare sulla sponda verso mezzogiorno. Ma appena sentiva avvicinarsi qualcuno, tornava in fretta ad immergersi nell'acqua. Nel gran bosco, che sale fino alle cime del Latemar, abitava uno stregone il quale, colpito dalla bellezza della ninfa, aveva deciso di rapirla. Invano però, cercava di avvicinarla, al minimo rumore sospetto la bella Ondina con un salto si tuffava nel lago e lo stregone rimaneva solo con la sua rabbia. Allora pensò di ricorrere alle sue arti magiche, ma quando vide che anche quelle erano inutili, fuori di sè per l'ira e per il dispetto salì sulle montagne del Catinaccio per consultare una strega di sua conoscenza e poi seguì il suo consiglio. Ma gli andò male, lui che era sicuro del fatto suo, precipitò giù per il bosco e, dimenticando di indossare gli abiti da mercante, balzò accanto alla ninfa, ma questa spaventata si tuffò in un lampo nell'acqua. A tale sconfitta lo stregone fu preso da un furore senza limiti. Per sfogarsi in qualche modo sradicò gli alberi, scagliò nell'acqua pietre e macigni, infine afferrò l'arcobaleno e, fattolo a pezzi, lo gettò nel lago. Quindi si arrampicò sui suoi monti e non tornò più giù. L'arcobaleno si sciolse nell'acqua del lago.
Sedna (divinità marina Esquimese)
È la dea del mare più importante per gli esquimesi, da essa dipende la vita degli animali marini ed è quindi lei a permettere la pesca più o meno fruttuosa e, in definitiva, a disporre della vita stessa degli esquimesi. Sedna viene offesa gravemente da varie infrazioni alle regole morali, prima fra tutte quelle relative agli animali, agli omicidi e quelle di ordine sessuale. In conseguenza di mancanze di questo tipo non esita a bloccare la pesca, causando gravi carestie. La versione più nota del mito narra di una ragazza che rifiuta ogni marito, finché il padre furioso per i suoi rifiuti, la costrinse a congiungersi con uno dei suoi cani. I figli generati da questa unione divennero gli antenati dei bianchi e degli indiani. Nell'iconografia Sedna è rappresentata come una sirena con coda di pesce. Altre volte il corpo è di foca, ed altre volte la componente umana si riduce alla sola testa innestata su corpo di pesce in nome di Sedna che vuol dire "quella lontana". È chiamata così dagli occidentali, gli esquimesi la chiamano Tekanaluk "la donna delle profondità".
I Gatti
I gatti nella penombra, con lo sguardo fisso alla Luna piena, quasi beandosi dei suoi raggi in muto figliale colloquio. Figliale perché, con il suo umore mutevole il gatto è figlio della luna. Addirittura è suo simbolo come scriveva Alphonse De Pennety nel dizionario, dove mite = l'ermetico. Questo animale era un simbolo geroglifico presso gli egizi che lo adoravano sotto il nome di Eluro. Esso rappresentava la luna o Mercurio filosofo perché il gatto sembra risentire degli effetti e delle influenze lunari. E nelle favole Egizie si spiegava poiché Iside è simbolo della luna e per presentarsi a questo astro non si poteva scegliere un animale le cui pupille, come è volgarmente noto, seguono sempre le differenti fasi della luna tanto crescente che calante. Gli occhi di questo animale brillano nella notte come nella notte brillano le stelle del firmamento. Questi tratti di rassomiglianza diedero l'occasione di credere che la luna, o Diana, avesse assunto le sembianze di una gatta quando fu costretta a fuggire in Egitto per sfuggire alle persecuzioni di Tifone.
Le Fanciulle Della Neve
Proteggevano i pastori e portavano loro fortuna, spesso erano loro a dare l'avviso di un cambiamento di tempo in modo che potessero mettere al riparo le greggi. Quando queste fate ritiravano in fretta i loro candidi veli che erano stesi al sole ad asciugare e se si scorgeva il leggero pulviscolo di neve sollevato dai loro abiti, era certo che da lì a poco sarebbe scoppiato un temporale estivo e, se la stagione era già avanzata, una tempesta di neve. Se invece le bianche vesti stesse rimanevano stese si era certi che il tempo sarebbe rimasto bello.