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ANNA E LA MAGICA SCATOLA BLU
n giorno una bimba, un piccolo frugolino dai capelli neri e dagli occhi azzurri, con il nasino impertinente e un po' all'insù, si mise a girare per tutta la casa. Ormai l'aveva visitata tutta, dalla cantina alla soffitta, giusto le rimaneva quest'ultima da ispezionare. La passò palmo a palmo, ormai convinta d'aver visto tutto quanto c'era da vedere.
Stava per scendere quando una cosa la incuriosì. Era una grossa chiave, tanto grande che Anna (così si chiamava) si chiese dove potesse essere infilata. Infine vide una porticina con una grande toppa e così volle provare ad aprirla, visto che c'era la chiave. Prese uno sgabello per arrivare a staccare la chiave dal chiodo che la reggeva e qui cominciarono i primi problemi: la chiave era molto pesante e Anna faceva fatica a reggerla, anche perché lei era molto piccola. Comunque riuscì a trascinarla fino alla porticina e, con un enorme sforzo e l'aiuto dello sgabello, riuscì ad infilarla. Con sua grande sorpresa, non appena l'ebbe messa nella toppa, si sentì suonare una allegra musichetta di carillon. La porticina si aprì da sola e Anna, sempre più incuriosita, entrò in questa specie di sgabuzzino, peraltro vuoto, all'infuori di una bella scatola che era posata nel mezzo di un tavolo. Anna cercò di prenderla, ma era troppo piccola e non ci arrivava. Stava per l'appunto brontolando fra sé e sé quando le comparve sotto i piedi uno sgabellino che l'alzò quel tanto necessario per poter prendere la bella scatola.
Cosa aveva di speciale questa scatola? Apparentemente aveva ben poco, anche se il coperchio era molto bello, sembrava di cristallo blu notte con disegni di fiori argentati. Anna cercò di aprirla dopo averla guardata ben bene. Pensava che avrebbe fatto fatica, visto che era una scatola molto vecchia e con la serratura arrugginita ma, come l'ebbe toccata, la bella scatola si aprì, mentre la porta dello sgabuzzino, che era rimasta aperta, si chiuse di colpo.
Cosa vide Anna in quella bella scatola? Non ve lo possiamo dire, possiamo però dire come quella scatola venne creata, e da chi, e a chi venne poi donata prima di passare lungo tempo in quello sgabuzzino dove Anna l'aveva scoperta.
Una sera di qualche secolo fa le fate si erano radunate sulla spiaggia in riva al mare per discutere e anche per scambiarsi qualche pettegolezzo. Una di loro, dopo un po' disse:
- Noi siamo qui a divertirci mentre c'è una ragazza che vorrebbe tanto potersi maritare, ma sia lei, che il suo fidanzato non hanno il becco di un quattrino, né dote, e poi non saprebbero dove andare ad abitate.
Allora le altre fate, che erano in vena di elargire doni, dissero:
- Per noi è semplice aiutarla!
E così detto e fatto costruirono dal nulla una bella casa semplicemente disegnandola nell'aria, rendendola poi reale e ubicandola su una bella spiaggetta a ridosso di una roccia in modo che fosse protetta dai venti. Una fata raccolse un pugno di sabbia che sotto la luce della luna era diventata dorata. Vi soffiò sopra dopo aver recitato una formula magica e la sabbia divenne un pugno di monete d'oro. Un'altra fata, la più giovane, raccolse dal mare blu una manciata d'acqua, recitò una formula magica a lei solo nota e l'acqua divenne una bellissima scatola di cristallo blu. Ma la fatina non era ancora contenta e rubò un raggio alla Luna e con esso disegnò argentei fiori sul coperchio di questa favolosa scatola, che venne poi riempita con le monete d'oro, tre stelline d'argento ed un qualcosa di misterioso.
Tutto era pronto, le fate erano soddisfatte della loro opera, ma c'era ancora una cosa da chiarire: come avrebbero fatto a consegnare i loro doni alla fanciulla a cui erano destinati? Bisognava trovare un qualcosa da chiederle in cambio dei loro doni. Ci pensarono, poi dissero che avrebbero chiesto alla fanciulla di mettere come nome ad una delle sue figlie, quando ne avesse avute, quello della Fata che aveva sollevato il problema. La fata in questione si chiamava Arianna e fu proprio lei a dire che qualunque ragazza o bambina, dopo la figlia di questa fanciulla, avrebbe potuto aprire la scatola solo se si fosse chiamata Arianna, Marianna o Anna, cioè anche un pezzo del suo nome.
Decisero tutte assieme di far vedere in sogno i loro doni alla fanciulla e di dirle quale era la condizione da loro posta. Anche una fata, che non aveva partecipato al convegno, ma che era sopraggiunta a cose fatte, volle fare il suo dono e disse che le monete contenute nella magnifica scatola sarebbero rimaste sempre quante erano ora per quanto le si spendessero. Poi disegnò nella casa la porta dello sgabuzzino e, quando questa si aprì la fata suonò una dolce melodia che rimase per sempre legata a questa porta. Infine forgiò la chiave per aprirla e la appese al muro, mentre la scatola di cristallo veniva posata su una tavola nel mezzo dello sgabuzzino.
Tutto questo la ragazza, che si chiamava Orietta, lo vide in sogno e in sogno promise che se avesse avuto una figlia l'avrebbe chiamata Ariana. L'indomani si recò sulla spiaggia protetta dalla roccia e scoprì che il suo non era solo un sogno, c'era davvero la bella casa con il giardino. La visitò tutta fino alla soffitta, dove andò senza esitazione vicino alla porta magica che aprì con la chiave tolta dal muro. Aprì quindi la magnifica scatola, contò le sue monete, ne tolse alcune e poi ritornò a contarle e constatò che il numero era rimasto uguale. Ma altri vollero vedere questa bella casa, anche perché non erano sicuri che appartenesse a Orietta come lei andava dicendo, ma, come le persone incredule e approfittatrici varcavano il cancelletto, le porte e le finestre si chiudevano da sole e non c'era verso di entrare, mentre se con gli estranei vi era Orietta o il suo fidanzato questo non accadeva.
Con le monete tolte dalla scatola fu preparata la dote e la cerimonia nuziale che fu assai fastosa. Orietta invitò tutti i suoi compaesani e dopo andò ad abitare nella sua casa assieme al marito. Non per questo sprecarono i soldi donati dalle fate e ben presto, avendo il marito un lavoro sicuro ed essendo Orietta parsimoniosa, si trovarono con un gruzzolo maggiore.
Di lì a non molto tempo nacque loro un bel maschietto cui posero nome Paolo. Era un bimbo assai grazioso, con i capelli ricci e castani e gli occhi del colore del mare.
Col tempo nacque un altro bel maschietto che chiamarono Angelo. Orietta sperava sempre che arrivasse una femminuccia per poter mantenere la promessa fatta alle fate, ma le nacque un altro figliolo e gli diede il nome stranissimo di Fato. Voleva in qualche modo ricordare le sue amiche. Nacque finalmente una bella bambina e la chiamò Arianna. Era una bimba curiosa, e mentre gli altri fratellini erano quasi tutti castano-biondi come la mamma e il papà, Arianna aveva una capigliatura nerissima con dei riflessi azzurri e con gli occhi di un blu intenso, e aveva un bel nasino all'insù. Crebbero tutti sani e allegri, si divertivano come tutti i bambini che vivono sulla riva del mare. Ben presto impararono anche a lavorare, per lo meno per quanto riguardava Paolo, Angelo e Fato.
Arianna invece, rimaneva in casa con la mamma, l'aiutava nelle faccende domestiche e inoltre si ricamava il corredo. Molte volte Orietta era ricorsa alla meravigliosa scatola. Ora che era anziana pensò di raccontare tutto ai figli, quindi una sera li riunì e cominciò a narrare quello che era accaduto molti anni prima e che li riguardava; soprattutto spiegò a Fato il perché del suo nome e raccomandò ad Arianna che, qualora si fosse sposata e avesse avuto una figlia, la chiamasse Anna o Marianna per non creare confusioni. Ora rimaneva da decidere a chi sarebbe andata la casa e la scatola magica, anche se sembrava un controsenso visto che solo una ragazza che avesse avuto uno dei tre nomi poteva accedere alla scatola magica.
Decisero di comune accordo che, siccome mancava poco alle nozze di tutti tre i maschi, e Arianna non avrebbe aspettato molto neanche lei, la casa e la magnifica scatola magica sarebbero andate a chi di loro quattro avesse avuto per primo una bambina, così non ci sarebbero stati litigi. Solo il caso avrebbe deciso e fu proprio Arianna ad avere una bimba, alla quale mise nome Anna, che a sua volta ebbe una figlia che chiamò Marianna e così vi fu un susseguirsi di Arianna, Anna e Marianna e ad ognuna veniva raccontata la storia di Orietta. Nessuna però sapeva a chi erano destinate le tre stelline d'argento Non si riusciva a pigliarle in mano, sembravano incollate alla scatola.
Un giorno la mamma, cercando Anna dappertutto, salì fino in soffitta, ma non trovò traccia della bambina. Se ne stava già andando, quando si sentì attratta verso la porticina che, come lei si avvicinò, si aprì lentamente suonando la dolce e allegra melodia e Anna sbucò fuori con la scatola di cristallo blu fra le mani e chiese alla mamma, che stupita la guardava:
- Posso tenere io questa scatola?
La madre era meravigliata perché aveva notato le tre stelline d'argento nei capelli di Anna.
-Mamma, non mi rispondi, posso tenermi questa scatola che racconta tante belle favole?
Infatti una delle cose che Orietta a suo tempo non aveva raccontato, perché non l'aveva conosciuto, era il potere della scatola di trasportare nel mondo fantastico delle fate ma, perché ciò avvenisse, non si dovevano avere preoccupazioni di danaro. Ecco perché le tre stelline sembravano incollate a chi le voleva portare via per interesse. Ad Anna, bimba curiosa e innocente, si era aperto il mondo delle Fate e le tre stelline d'argento spontaneamente si erano posate fra i suoi ricci nerissimi senza che la bimba se ne avvedesse.
Era la prima delle Arianne, Marianne e Anne che non si preoccupava di quelle monete lucenti e del loro valore, ma del bel mondo incantato che le fate le avevano fatto conoscere e avrebbero voluto fosse conosciuto anche dalle precedenti bambine.
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IL QUARTO RE MAGIO
L nonno stava raccontando, davanti al camino acceso, la storia di un uomo che, molti anni fa, in un paese dove le notti erano lunghissime, guardava tutte le sere le stelle con molta attenzione. Per far ciò si era costruito un osservatorio posto su un albero, che era il più alto che ci fosse in quei dintorni, finché una sera vide un astro più splendente degli altri con una chioma luminosa dietro di sé. L'uomo scese rapidamente la scaletta, corse a casa, aprì una cassa da dove estrasse un paio di stivaloni fatti con pelo d'orso e un mantello pure di orso bianco. In testa si mise una specie di elmo fatto di pelle, prese anche qualcos'altro dalla cassa, caricò sulla slitta un grande pacco contenente la sua tenda fatta con pelli e pellicce di animali, salutò la moglie e il figlio e si avviò.
Per un bel tratto si fece trainare dai suoi due cani; seduto sulla slitta, intorno a sé non vedeva che neve. Aveva la barba rossa e gli occhi color del cielo, la pelle candida come la neve. Ogni notte seguiva la Stella e se ne segnava il percorso su una pelle di renna con un bastoncino intinto nel succo di bacche. Quello che lui non sapeva era che nella stessa notte erano partiti altri tre uomini da posti diversi alla ricerca della Stella.
Egli, alimentandosi con carne e pesce affumicati, camminò così per parecchio tempo. Ad un certo punto dovette abbandonare la slitta e con le tirelle dei cani si fece una specie di zaino per portarsi la tenda sulle spalle. Ogni giorno la erigeva per potersi riposare visto che lui viaggiava di notte. Rimandò a casa i cani e proseguì il viaggio: ora faceva più caldo, infatti c'era meno neve, si avvicinava sempre più ai luoghi in cui il sole splendeva più a lungo e le notti erano più corte che nel suo paese. Attraversando monti innevati raggiunse una terra lunga e stretta, circondata da mari. Giunto al termine di questa terra, dovette percorrere un breve tratto di mare e, per far ciò, dovette cedere ad un uomo, che faceva il traghettatore, alcune pelli di animali che aveva portato con sé per pagare il pedaggio. Come era diventata strana la gente che incontrava! All'inizio tutti erano come lui: avevano la pelle chiara, capelli biondi ed occhi azzurri ed erano longilinei, poi diventavano sempre più piccoli e più bruni di pelle e di capelli, anche gli occhi erano scuri. Ormai aveva messo da parte il suo mantello di pelle d'orso e anche i suoi stivali, aveva acquistato dei sandali ed anche tunica leggera, vestiva come la gente che incontrava, però in testa teneva sempre la sua specie di elmo.
Ora la gente era ancora più scura e parlava una lingua assai strana, i palazzi erano belli e splendevano di un biancore accecante. Seppe che altri tre viandanti dalle splendide vesti seguivano da tempo una Stella con una chioma luminosa.
Ben presto scoprì una cosa assai strana per lui: dei fuochi sorgevano dalla terra senza che nessuno li avesse mai accesi. Scoprì anche che le notti potevano essere molto, ma molto fredde e più di qualche volta si riscaldò con quei fuochi che per lui avevano qualcosa di magico. Stava cercando di rintracciare gli altri tre viandanti per poter proseguire il viaggio con loro. Fu cosi che, in un'alba luminosa, vide tre belle e ricche tende su cui splendevano le insegne dei re che in esse alloggiavano. Vide anche degli animali assai strani con delle grosse protuberanze sul dorso, che venivano sfruttate per sistemarvi i sedili sui quali viaggiavano i re che, come lui, seguivano la Stella. Si avvicinò e, non si sa per quale misteriosa magia, i tre re poterono capire quanto egli stava dicendo. Loro erano ricchi e portavano doni assai preziosi, ma anche lui, pur sembrando modesto, aveva i suoi doni da portare
Fecero un bel po' di strada assieme, poi l'uomo, attirato dai mille colori di un bazar, vi si infilò e, poiché c'erano tante cose nuove e diverse da quelle che lui conosceva, vi trascorse del tempo. A colpirlo particolarmente furono dei teli colorati che un tintore aveva appena steso ad asciugare, tanto che si lasciò tentare ed acquistò una tunica più ricca della sua. Inoltre il suo naso avvertì dei profumi dolci e strani, che gli fecero venire appetito e lui, abituato a cibarsi solo di carne e pesce affumicati, assaggiò delle frittelle che un venditore ambulante gli stava offrendo. Ma, ahimè, perse così le tracce degli altri tre re. Avrebbe dovuto proseguire da solo il viaggio se di notte la Stella non lo avesse atteso per guidarlo nel suo cammino. Erano trascorsi alcuni giorni quando alla fine arrivò, ma gli altri tre re se ne erano già andati: era giunto appena in tempo per dare i suoi doni.
Prima di deporre i doni si tolse dal capo quello che era considerato il simbolo della regalità e del potere e che la sua gente si tramandava di generazione in generazione: era una specie di elmo in pelle di cui era stato insignito un giorno molto lontano in mezzo ad una foresta, dopo una battuta di caccia, dagli anziani, che in questo modo lo avevano eletto loro nuovo capo, re e padrone.
Depose ai piedi di quel bambino, tutto infreddolito, una copertina di ermellino e un vaso contenente del grasso di alce, che andava spalmato sulla pelle per proteggersi dal freddo. Mentre faceva questo la Madonna stava dormendo, San Giuseppe era andato a cercare dei viveri e quindi non lo aveva visto nessuno, neppure i pastori, perché erano tornati alle loro greggi che non potevano essere lasciate per troppo tempo incustodite. Il Bambino lo guardava con due occhi grandi e azzurri come il cielo del Nord. Quando la Madonna si destò, trovò i due doni, ma non seppe mai dire da dove fossero arrivati perché il quarto Re Magio era già ripartito per la sua terra, che era molto lontana e che ora gli appariva triste e desolata. Vi arrivò che era già vecchio e suo figlio già adulto. A lui raccontò tutte le sue avventure di viaggio: narrò come al di là della molta neve ci fossero paesi dove il sole splendeva più a lungo e come i colori fossero vivaci, gli raccontò dei fiori che aveva visto, dei profumi che emanavano e della dolcezza di certi frutti. Ricordava con piacere gli aranceti e gli sembrava ancora di gustare le succose arance. Alla moglie regalò un drappo di quelli che tanto lo avevano attratto e per colpa dei quali aveva perso le tracce dei tre Re Magi: era rosso porpora e desiderava che la consorte lo indossasse al primo grande raduno del suo popolo. In quell'occasione avrebbe raccontato del suo viaggio e di come un popolo tanto civile avesse costruito strade, ponti e acquedotti in tutto il territorio.
Al figlio e alla moglie disse che ciò che lo aveva colpito di più erano stati gli occhi di quel Bambino che aveva trovato seguendo la Stella dalla lunga chioma lucente.
Il racconto del suo meraviglioso viaggio passò di bocca in bocca e veniva arricchito sempre più fino a diventare una leggenda per quel popolo che aveva visto soltanto neve e boschi.
Questo racconto, tramandato oralmente, venne portato, tramite le migrazioni di quel popolo, in parecchi territori, così anche il nonno lo aveva sentito raccontare, non ricordava più quando e da chi.
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IL MONDO DI CELESTINO
era una volta una famiglia dove nacque un bambino piccolissimo che poteva dormire in una culla fatta con mezzo guscio di noce. La mamma, il papà ed il fratellino lo trattavano come fosse una disgrazia, eppure a lui bastava poco; mezzo guscio di noce per culla, due petali di fiori per lenzuola ed una foglia di rosa per coperta.
Tutti lo maltrattavano, finché il piccolo, che si chiamava Celestino, sentendosi deriso e male accettato, prese quelle poche cose che aveva e se ne andò.
Si costruì una piccola casa con della corteccia d'albero, che purtroppo ogni volta che passava qualcuno veniva distrutta perché era così piccola che nessuno la vedeva.
Celestino si trovava bene in mezzo al prato fra gli insetti. Aveva imparato a farsi voler bene, aiutava le formiche a portare grossi pesi e loro erano molto riconoscenti. Dava una mano ai ragni per tessere la loro ragnatela. Qualche volta aiutava le farfalle ad uscire dal loro bozzolo.
Durante l'estate si divertiva a giocare con le lucciole e se a qualcuna si spegneva il lanternino prontamente Celestino lo riaccendeva. Quando le api lasciavano il loro alveare incustodito, Celestino faceva la guardia. Il grillo suonava e Celestino ballava.
Per tutti questi servizi era ricompensato; le formiche lo aiutavano nelle provviste invernali, le api gli fornivano il miele, i ragni gli tessevano la tela per i vestiti, la farfalla spesso e volentieri se lo metteva sul dorso e gli faceva fare dei bei voli sopra il prato vicino all'azzurro del cielo.
La lucciola stava sempre sopra la sua casina e gli faceva da lanterna.
Il grillo suonava per lui delle belle ninne nanne per farlo dormire sereno.
Seppure con tanti amici Celestino continuava un po' a soffrire per la sua bassa statura.
Un giorno decise di andare a trovare un vecchio rospo che sapeva molte cose nella speranza che potesse aiutarlo a crescere e diventare una persona normale.
Tutti i suoi amici lo sconsigliarono e gli dicevano: "così sei nato e così devi rimanere". Mentre cercavano di convincerlo, passò di là una coccinella che avendo saputo la storia di Celestino gli disse: "non ti rammaricare di essere piccolo non sai che su di un pianeta molto lontano c'è un regno di uomini piccini piccini proprio come te? Anzi penso che tu sia caduto da lassù! Comunque come sia successo non ha grande importanza. La cosa più importante che tu devi sapere ora è che da lungo tempo il Regno degli uomini piccini aspetta un pretendente alla mano della loro Principessa Fogliolina. Sanno solo che il Principe sarebbe arrivato da lontano. Quel principe potresti essere tu".
Fu così deciso che in una notte di luna piena Celestino partisse per raggiungere il Regno degli uomini piccini.
I ragni tessero tele meravigliose le formiche gli prepararono una corona di gocce di rugiada. Arrivato il giorno della partenza, appena fu buio Celestino salì su un raggio di luna.
Appena giunto sul pianeta sconosciuto trovò subito il famoso Regno, si presentò alla Principessa e le chiese di divenire sua sposa.
La Principessa acconsentì alle nozze che furono celebrate con molto sfarzo e quando Celestino voleva far felice la sua sposa le raccontava le sue avventure terrestri, mai dimentico dei suoi amici insetti.
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LA LUMACHINA GENEROSA
era una volta una lumachina che come tutte le lumache che si rispettano portava sulla schiena una casina, questa in parola era bianca con righe nere.
Giacometta, questo era il suo buffo nome, girando di qua e di là con la sua casa sulle spalle, non aveva problemi, quando era stanca di girovagare poteva rientrare in casa e riposare tranquillamente.
Durante le sue passeggiate mattutine mangiucchiava qualche tenera foglia poi si metteva sotto qualche cespuglio, durante le ore più calde, a digerire.
Un giorno Giacometta, fece un giro più ampio e fu così che si accorse di una bella distesa di tenera insalata; non le parve vero di avere tutta quella grazia di Dio davanti a sé anche perché ne era molto ghiotta.
Giacometta non era però egoista, pensò che una bella scorpacciata la potevano fare anche le sue amiche lumache.
Si diede un gran daffare per richiamarle, arrivarono da tutte le parti ed in buon numero, mangia tu che mangio io, in breve tempo quella bella distesa di insalata fu tutta rovinata e se le lumachine non fossero state svelte svelte a nascondersi, la proprietaria dell'orto che ci teneva tanto le avrebbe uccise tutte dalla rabbia.
Lasciato trascorrere qualche giorno Giacometta golosa tornò a mangiare la fresca insalatina, ma la padrona aveva messo il veleno e Giacometta, dopo aver mangiato, si sentì male. Capì immediatamente cosa le era accaduto, pensò, anzi si affrettò ad avvertire le sue amiche di non avvicinarsi all'orto perché se avessero mangiato nuovamente l'insalata sarebbero morte pure loro avvelenate.
Infatti per lei fu la fine, dopo aver salvato la vita alle sue compagne, morì, vittima innocente della sua grande generosità.
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SOGNI IN RIVA AL MARE
n giorno Martina, mentre guardava le onde che le bagnavano i piedini pensò che sarebbe stato bello conoscere il mondo tanto affascinante del mare.
Immersa in questi pensieri improvvisamente vide uscire dall'acqua una grossa ostrica con le valve aperte che la chiuse dentro di sé per condurla nel profondo del mare. Si trovò davanti ad un Castello di goccioline d'acqua abitato da pescioloni di vario genere, nel giardino del Castello c'erano bellissimi fiori marini assieme a coralli di alto fusto con svariate colorazioni.
L'ostrica aveva deposto Martina in un viale di alghe azzurre sussurrandole di percorrerlo tutto per arrivare al Castello e di fare poi tutto ciò che desiderava come se tutto le appartenesse. Martina percorse tutto il viale alquanto timorosa perché si sentiva osservata dai pesci che le guizzavano intorno.
Quando arrivò alla soglia del Castello le venne incontro un Pesce Palla, si presentò come maggiordomo mettendosi a sua completa disposizione.
Le presentò alcuni Pesci Spada che da quel momento vennero eletti guardia del corpo, col compito di difenderla in qualsiasi momento, chiamò il delfino che avrebbe dovuto essere il suo mezzo di trasporto, ed entrarono quindi nel Castello.
Martina visitò i saloni risplendenti di luci attraversò varie stanze finché giunse in quella destinata a lei dove si trovavano già alcune sirene incaricate di farle da cameriere.
Il letto era sostenuto da quattro colonne di corallo bianco, i tendaggi di verdi alghe. Martina dapprima tanto entusiasta incominciò presto ad annoiarsi.
Poco lontano dal Castello dove abitava Martina ve ne era un altro di rosso corallo, proprietario era un giovane Re, il quale avendo visto la nuova venuta a cavallo del Delfino, volendola conoscere di persona pensò bene di dare una grande festa. Martina fu felice dell'invito, diede ordine che le fosse confezionato un vestito elegantissimo.
Il giorno stabilito, l'equipaggio di gala composto dalla solita ostrica a valve aperte trainata da quattro ippocampi e tre stelle marine per damigelle si avviò; ben presto arrivò al Palazzo di corallo rosso.
Martina si divertì molto a quella festa, ma ad un tratto sentì in lontananza la voce della mamma che la chiamava: " Martina! Martina! svegliati che il sole è già calato e sta diventando freddo, in spiaggia ci verrai nuovamente domani!".
Solo allora si accorse di aver fantasticato e poi di essersi addormentata. Il suo era stato un sogno e nulla più.
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