Vi presento le ricerche che ho fatto sugli alberi, sui fiori, sugli uccelli e sugli insetti.

 
GLI ALBERI

Il Noce. Il nome scientifico del noce è "Junglans Regia Jovi glans"; famiglia delle Juglandacee.
Albero dalla corteccia grigiastra che può raggiungere i quindici metri di altezza, emana un aroma gradevolissimo e si divide in rami grossi e tortuosi; ha la chioma frondosa; le foglie grandi imparopennate, picciolate e appuntite, presentano una pagina superiore vellutata ricoperta da una leggera peluria e l'inferiore glabra, lucida, color verde intenso. Può raggiungere i 300 anni di età. I fiori monoici si schiudono in aprile e maggio; i frutti maturano in autunno.
Il noce richiama la solitudine e i grandi spazi, albero dal carattere altero. Un tempo i contadini evitavano di piantare accanto alle stalle quest'albero in modo da proteggere il bestiame dalle streghe. Tutte le parti di questo albero sono raccomandate per qualche caratteristica proprietà medicamentosa: il succo delle radici possiede una virtù purgativa attivissima; la corteccia intera ha una virtù ematica; le foglie sono febbrifughe e vermifughe, il loro decotto fu a lungo adoperato ad uso esterno quale "rimedio stimolante risolvente delle ulcere piaghe"; il mallo contiene acido gallico, è tonico, stimolante, antimonarchico e sudorifero; col frutto si preparano emulsioni ad azione simile a quella del mandorlo e infine l'olio che si estrae dal frutto è utile nelle coliche e nelle affezioni vermifughe, anzi in passato fu addirittura considerato contro la tenia. Le foglie vanno raccolte presto, immagino in Giugno, e quindi seccate all'ombra il più rapidamente possibile; oltre a contenere acido gallico hanno anche altre sostanze in particolare quelle tanniche che ne fanno un rimedio di particolare efficacia come astringente e depurativo. Con il frutto colto dopo la notte di San Giovanni si prepara il liquore "nocino".
Il concetto di magia è legato a questo albero da antichissime credenze e forse si può risalire alla causa di ciò mediante osservazioni naturalistiche. Per esempio è un albero per chi non viene mai colpito dal fulmine e questa è una immunità che gli ha creato attorno un'aureola di magia. Il perché di questa esclusione si può interpretare con la presenza di un alone prodotto dalle sostanze aromatiche contenute nelle foglie fresche che formerebbe una zona di scarsa conducibilità elettrica. Inoltre, un detto popolare raccomanda di non mettersi a dormire sotto l'ombra del noce se non si vuol prendere il mal di testa e qualcuno ha osservato che la noce (frutto) assomiglia alla testa umana in quanto il mallo può essere paragonato al cuoio capelluto, l'involucro alla scatola cranica, i gherigli alle varie parti del cervello.
Il popolo ricorda il celebre noce di Benevento sotto cui pare si celebrasse il gran "Sabbah" delle streghe, ma anche alberi di più modesta mole potevano servire per raduni locali meno importanti di quelli di Benevento. È curioso ricordare come che come antidoto Mitridate usava due noci e due fichi pestati, 20 foglie di ruta e di grano di sale.

Il Castagno. Il castagno acquista in gruppo un portamento del tronco dritto simile a quello della roverella, la corteccia liscia, brillante di un grigio brunastro. I rami sono più o meno angolari, bruno rossastri, macchiati da lenticelle allungate, chiare. Grandi le foglie, lunghe 10-25 centimetri, oblungo lanceolate, le cui venature laterali dritte e parallele, terminano ad alabastro dove il margine è più o meno dentato. I frutti sono contenuti in un involucro spinoso che si apre in quattro valve: è il riccio.
Il castagno è una specie indigena della zona mediterranea, ma non c'è dubbio che sia stata introdotta dall'uomo. In Italia copre circa 8000 ettari, cioè più del 15% della superficie boschiva. La corteccia e il legno del castagno, come la pelle dei frutti, contengono un'alta percentuale di tannino e le loro proprietà sono simili a quelle della quercia. Mattioli nel XVI secolo raccomandava castagne secche nelle diarree e nell'emotisi; tritate nell'orzo e nell'aceto nei cataplasmi contro l'ostruzione dei setti nasali; le foglie sono utilizzate negli Stati Uniti nelle tossi e nelle bronchiti in infusione. Le castagne erano soprannominate dai latini ghiande di Zeus,"Jovis glandes" perché anche quest'albero evocava il dio supremo, reggitore dell'universo, grazie al suo tronco possente e ai rami che si allungano in tutti i sensi rendendone la chioma imponente. Un albero cosmico forse? Il suo nome è la traduzione dal latino "castanea", identico al greco che a sua volta derivava da "Castanis" una città del Ponto in Asia minore, dalla quale la pianta passò in Grecia e poi in Italia. Il castagno (castagna sativa) originario dell'Iran, è una specie che può facilmente acclimatarsi in ogni regione del nostro continente, tranne nei terreni calcarei. Può raggiungere i trenta metri di altezza e i 15 di circonferenza e vivere oltre 1000 anni. Celebre per le sue dimensioni fu il castagno del centro cavalli, situato sulle pendici dell'Etna, nel territorio di San Alfio, cosiddetto perché nel XVI secolo Giovanna d'Aragona, sorpresa da un temporale, mentre si stava recando a Napoli dalla Spagna, trovò riparo con tutto il suo seguito, composto di 100 cavalieri, sotto le sue fronde. Sebbene il tronco principale sia indugiato nel 1923, quel castagno appare ancora gigantesco: i suoi attuali quattro polloni hanno una circonferenza complessiva di 50 metri.
La castagna ha molto valore nutritivo. Le castagne sono più buone da mangiare se tostate ma vengono anche macinate e costituiscono un surrogato del pane. Erano consumate abbondantemente dai romani come testimoniano Collumella e Apicio marziale, nell'elenco delle vivande servite all'amico Toranio alla fine del pranzo, ricorda castagne a lento fuoco abbrustolite, provenienti dalla dotta Napoli. Nell'alto medioevo le castagne entravano nel patrimonio alimentare del popolo come elemento integrativo e sostitutivo del grano grazie alla farina che se ne ricavava come frutti da minestra al pari dei legumi o abbinati alla fava. Fin dal Medio Evo questi frutti sono stati considerati anche cibo per morti e come simbolicamente omologhi alle fave le castagne contengono amidi zuccheri e una piccola parte di sostanze azotate, di grassi e di fosforo. Fra le varietà di castagne, le più grandi, le più belle, sono "i Maroni". Il gusto squisito e raffinato dei Marons glaceé decorati di violette candite. A Marsiglia si consigliava di mettere a qualche castagna sotto il cuscino per far sì che gli spiriti non venissero a tirare i piedi di notte. In Piemonte come a Venezia , venivano consumate secondo il rito, nel giorno dei morti, ma anche a San Martino, tant'è vero che un poverino rammenta "Oca, castagne e vino, tieni tutto per San Martino". In Val d'Aosta, nel pomeriggio di Ogni Santi nei caffè e nelle osterie venivano offerte le caldarroste agli avventori, mentre nelle famiglie si era solo questi cospargerle di grappa e di zucchero e servirle a tavola alla fiamma.
Simbologia del castagno: nel cristianesimo rappresenta la virtù castrista circondata dalle spine che però non la toccano. Presso tutti i popoli in castagno fu sempre considerato un dono degli dei e tutto sommato è una delle cose migliori che i romani esportarono al di sopra degli Appennini e al di là delle Alpi.

L'Ippocastano. A questo mondo c'è sempre una compensazione, l'ippocastano ad esempio non è nemmeno paragonabile per utilità al castagno ma è tanto bello. I suoi frutti sono buoni per curare la tosse dei cavalli da cui il nome. Che cosa sono i modesti fiorellini del castagno in confronto alla superba fioritura primaverile dell'ippocastano?! Bianco-rosati-rossi disposti su lunghi steli rivolti all'insù come i candelabri risplendenti nel verde, rallegrano la vista e il cuore di chi si inoltra sotto le sue ombre fragranti. L'ippocastano, detto anche castagno d'India, giunse in Europa dall'oriente, a Vienna appariva verso la metà del XVI secolo, da lì passò a Parigi e a Londra dove il primo esemplare è documentato 1550. Il fusto può raggiungere altezze notevoli con rami ampi e distesi e larghe foglie palmate. Per secoli gli ippocastani sono stati piantati per formare viali ombrosi e decorativi che erano il vanto delle città, ma l'inquinamento li sta distruggendo e, se non si ricorre ai ripari, negli agglomerati urbani resteranno solo un ricordo.

Il Caffè. L'albero appartiene alla famiglia delle rubiacee. In una pianta vi possono essere rami fioriti e altri carichi di frutti, le piante possono raggiungere i 6-9mt di altezza. Prospera bene nelle regioni a clima costante, fra il 15° e il 25º parallelo, in terreni umidi e riparati dal vento. Si raccolgono i frutti per estrarne i semi ovoidali e mediante essiccazione si ottiene il cosiddetto caffè crudo.
Curiosità: c'era una volta un convento sulla sommità assolata dello Yemen che come unica ricchezza possedeva un gregge di capre selvatiche disordinato e indisciplinato. Un giorno il pastore notò un fenomeno preoccupante. Da molte notti le bestie non dormivano, anzi sgambettavano su e giù per le rocce eccitate e inquiete, di giorno poi non recuperavano il sonno, anzi fissavano il pastore con occhi accessi e poi schizzavano via all'impazzata. Il pastore preoccupato chiese consiglio al muftì che gli suggerì di controllare i movimenti del gregge. Il pastore seguì le capre ed arrivò ad una pianta sconosciuta e bellissima carica di fruttini simili a ciliegie in miniatura, li porta al muftí che prova ad assaggiarli: nulla! Prova allora a fare un infuso: è magico e nasce così il primo Caffè.
Ma c'è chi racconta, e sono arabi, che è l'Arcagelo Gabriele a offrire per la prima volta il caffè a Maometto. Per le donne arabe se da loro marito ricevono il divieto di bere questa bevanda "il caffè" può essere un valido motivo per ottenere il divorzio. Nel 1511 un giovane governatore della Mecca, molto ambizioso decide di moralizzare il sistema cominciando a colpire chi non era d'accordo con lui e per prima cosa proibisce l'uso del caffè, in base a una nuova lettura personale e strumentale del Corano. E c'è chi dice che l'infuso che Elena offre a Telemaco, oltre al vino, contenesse del caffè "..... chi misto al vin lo bevve, in giorno intero di una sola amara stilla, le palpebre non bagna.....", parola di Omero.

Acacia Robinia Pseudoacacia. Questa pianta dalla chioma leggera è giunta in Europa circa due secoli fa al solo scopo ornamentale. Originaria delle Americhe fu introdotta grazie al farmacista del Re di Francia Jean Robin che nel 1601 ottenne i semi dall'America settentrionale. È diffusa in tutta Europa, Africa settentrionale, nell'Asia temperata e in Nuova Zelanda. Questo albero ha un apparato radicale che ha permesso di utilizzarlo per i terreni sconnessi, franosi, onde evitare mutamenti del territorio. Nei boschi dove è presente, toglie luce e spazio vitale alle altre specie. I fiori bianchi, e penduli a grappoli compaiono a maggio-giugno e sono profumatissimi, sono anche l'unica parte commestibile della pianta. Da essi si recavano vari prodotti e sono il miele d'acacia molto ricercato, le frittelle o bomboloni; il vino d'acacia si ottiene lasciando macerare dei fiori nel vino rosso e questo vino è tonico. Dai fiori bolliti per due ore si ottiene una colorazione per la lana di un giallo brillante simile a quello che dà il Sommaco. Abbondando nella dose si ottiene un color muschio dorato. Tutte le altre parti della pianta sono tossiche per l'uomo e tra gli animali solo le capre ne traggono vantaggio, difatti queste foglie favoriscono la loro l'attenzione. Pianta isolata o a piccoli gruppi merita di entrare in tutti parchi, è spontanea nei Colli Berici e negli Euganei. Non bisogna aspettarsi un'ombra fitta ma per sparpagliare la luce. I suoi rami hanno la delicatezza del celebre quadro di Renoir "Le Moulin de la Galette".

Il Melo. nell'Eden, ovvero nel paradiso terrestre sia cristiano che di altre religioni, la Bibbia parla di mela offerta da Eva ad Adamo. Certamente in molte religioni troveremo presente un albero e un serpente ma ora sentiamo la storia del melo.
Il melo cerca suoli molto ricchi di sali e umidità le sue radici si allungano a tentoni non appena raggiunta la quota minima di profondità necessaria per accogliere il suo nutrimento e crescere quanto basta. La corteccia di marrone di grigiastra è fessurata in lungo e si stacca a squame longitudinali; le foglie portate da picciolo corno, sono ovali, di un verde-grigio, seghettate e pelose. La chioma in primavera si copre di una fioritura bianco-rosa che a volte crea una eterea pioggia di petali. I frutti hanno varie colorazioni molti sono striati, rosso e giallo, verde e giallo. Il melo selvatico è piccolo di statura raramente raggiunge in cinque metri di altezza spesso assume le sembianze di un arbusto cespuglioso di rami fittissimi, disordinati che a tratti addirittura fanno a gara a sovrapporsi intrecciandosi.
Una un'antica parola inglese "Aval" cioè mela, da qui "Avalon, l'isola delle mele", si diceva oblio, piante che crescono spontaneamente nei boschi fra l'erba rasa. La terra produce produce una profusione di frutti. Del resto si dice che è Avalon è un paradiso dove regnano una primavera è una pace perenne. Si dice anche che nell'isola di Avalon non cada mai né grandine né pioggia, né neve, per questo è chiamata l'isola che non c'è o "l'isola beata libera". Collegati ai meli di Avalon d'ambrosia sono quelli del giardino di Atlantide e delle Esperidi con le mele d'oro. Del resto anche San Brandano parlando delle trombe dell'isola Natale narrava che era coperta di meli; per gli antichi la mela era il frutto dell'immortalità in particolare per i Celti. La leggenda narra a Ito che gli dei nordici, per preservare la loro immortalità si abbeveravano d'ambrosia, l'elisir ricavato da lassù con delle mele raccolte dall'albero alla cui guardia era posto un serpente. Per gli iniziati, il pomo è simbolo della conoscenza che conduce alla necessità di una svolta.

Il Biancospino. Il suo nome botanico è Vrataegus Oxiantha. Il biancospino può raggiungere i dodici metri di altezza, la sua corteccia è grigio bruna con molte screpolature, le foglie sono finemente lobate, alterne e picciolate. I frutti pelosi sono ricchi di vitamina C, spesso cibo per gli uccelli ma anche svago dei bambini e preoccupazione dei genitori perché astringenti; contengono un solo seme. Il biancospino, Grataegus mounogino, è frequente in tutta Italia fino ai mille metri di altitudine, cresce bene in diversi tipi di terreno, nelle radure dei boschi. Nell'antica Roma questa pianta era dedicata alla dea Flora che regnava sulla Primavera trionfante.

Il Sambuco. Il sambuco cresce nei boschi freschi e umidi, boschi di frassini del fondo valle, ai margini delle foreste, nelle siepi, lungo le rive dei fiumi e ancor più comunemente nei terreni ricchi e smossi con molto azoto, nelle vicinanze di villaggi, fattorie, nelle macerie, nei terreni franosi e incolti, presso le case abbandonate, nei fossi e nei cedui di robinia. È stato spesso piantato per i suoi frutti come il fico, per la sua influenza benefica. Questa pianta alle basse e medie quote la si trova nella maggior parte dell'Europa, in Asia minore, nel Caucaso, nella Siberia, nell'Africa del nord. Gli uccelli sono molto ghiotti delle sue bacche e hanno certamente favorito la sua espansione. Il sambuco è un arbusto fronzuto, con rami incuranti un po' cadenti. Talvolta esso si alza e diventa un piccolo albero dal tronco ritorto, con la chioma arrotondata. Il suo fogliame è molto precoce, la sua fioritura piuttosto tardiva, in agosto-settembre i fiori si trasformano in grandi perle nero-purpuree, piene di succo zuccherino ma dal retrogusto un po' nauseante.
In Spagna nel XVIII secolo l'estratto di sambuco era "un vero toccasana dei contadini". J. Quer parla in un di un vecchio morto a 120 anni che attribuiva all'uso quotidiano dell'estratto di sambuco non solo la sua eccezionale longevità, ma anche la sua salvezza durante le epidemie di peste.
I fiori del sambuco contengono principalmente olii eterei, glucidi (sambuchina); sono molto ricchi di tannino e mucillagini; le foglie e la corteccia contengono glucosidi e alcaloidi, resina e principi amari. Nei frutti: fruttosio, vitamina b1, vitamina b2, C, E, F e anche una sostanza colorante. Nei paesi contadini sono soliti fare bevande aromatiche, i fiori sono usati in medicina per favorire la traspirazione. Con i frutti si fanno sciroppi, gelatine e rimedi casalinghi per il raffreddore. Le foglie cotte con altre erbe servono per evacuare la collera o la bile; come uso esterno sono risolventi e si impiegano nelle bruciature, le ulcere, il morso di cani ecc. Quasi tutte le parti del sambuco (corteccia, foglie, fiori e frutti) sono usati nella fitoterapia; il sambuco è uno degli alberi più usati in medicina nel nostro paese. La corteccia interna dei ramoscelli o seconda corteccia, pellicola viva, si estraeva perché attiva. I fiori ricchi di nettare sono spesso visitati dai coleotteri; sono ghiotte le sue bacche per gli uccelli.
Al sud con il succo fermentato delle bacche (che sporcano le mani come quello delle more) si ottiene per distillazione un'acquavite. Per tingere le stoffe si lasciavano in infusione nel succo. Col suo legno si ottenevano oggetti per toilette o stetoscopi. Il popolo dei germani piantava siepi di sambuco come dimora per le divinità o benedizione per gli uomini. Questo popolo lo chiamava Bolunder. I bambini col suo midollo facevano cerbottane e flauti. Molti e mille usi in campagna, in particolare in Russia ove le donne incinte lo baciavano per avere una buona gravidanza; in Serbia si credeva che il bastone di sambuco colpisse a morte le serpi. E in Danimarca era considerato protettore della famiglia. In Europa è simbolo di stregoneria, di magia, di poteri soprannaturali.

La Stella Alpina (Leontopodiun Alpinun.Cass). Il nome latino deriva da due parole greche "Leon" Leone e "podion" Traccia, perché la forma delle infiorescenze assomiglia nell'insieme all'impronta di una zampa di leone. È una pianta tipicamente montana, ha un corto rizoma che ammette una rosetta di foglie lanceolate, bianche e pelose. Il lembo si assottiglia sempre più fino a diventare piccolo, le foglie sono oblunghe-lanceolate. È una piantina che raggiunge i trenta centimetri di altezza, i suoi fusti sono dritti, semplici e poco fogliosi rivestiti di molta peluria. La stella alpina fiorisce sulle rocce calcaree delle Alpi, dei Pirenei, dei Carpazi, delle montagne balcaniche del Pamir del Himalaya. La si trova nel Tibet, nella Cina e nel Giappone, in Siberia sale fino a 3400 metri. Nel nostro paese la si trova nelle cenge erbose, praterie ripide da fieno selvaggio, ghiaioni inerbati. Il fiore steccato schiacciato è venduto come oggetto ricordo, anche se molti paesi lo proteggono. Nel 1874 in abitanti di un paese del sud Tirolo avrebbero offerto al duca Carlo Luigi un esemplare di dodici centimetri di diametro provvisto di 29 brattee! Gli esemplari più grandi sono più ricercati. In medicina serviva come rimedio contro la rabbia e la dissenteria, il suo fumo scacciava il malocchio dal bestiame.
Una leggenda narra che in un villaggio ai piedi di una montagna viveva la figlia del borgomastro bella come il sole, cattiva come una strega, che si chiamava Berta; Hans il mugnaio se ne era innamorato ma lei non voleva saperne. Aveva rifiutato fior di partiti, così per liberarsi dell'incomodo innamorato lo sfidò a portarle l'acqua della fonte dei nani, l'acqua della vita che sgorga tra le rocce. Hans raggiunse quel luogo impervio scoprendo che la sorgente era di cristallo. A quella vista gli scappò detto: non è per la vita ma per la morte che prendo l'acqua, perché l'amore che porto sarà la mia morte; aveva infatti rotto con un sasso la superficie di cristallo appena finì di pronunciare quelle parole. Accade un prodigio: dal laghetto apparvero le stelle alpine che Hans raccolse, mentre si accingeva a fare ciò passò la schiera dei grandi che decretarono la sua morte e lo gettarono giù da un precipizio; fra le mani aveva il fiore della vita e della morte e ciò lo salvò. Non volle più saperne di Berta, sposò una ragazza semplice.
Esiste anche un'altra leggenda che lega la stella alpina a una dama bianca, che ammalia gli alpinisti così come fanno le sirene con i marinai. Questa regina delle nevi attira a sé gli alpinisti con il fascino e la dolcezza del suo viso, ma i folletti che la circondano, armati di lance di cristallo li precipitano giù per i dirupi. La leggenda che la dama bianca piange e le sue lacrime rotolano per nevi e ghiacciai finché raggiungono le rocce dove si trasformano in stelle alpine. Secondo una leggenda tedesca la stella alpina non è che un fiore di lana del paradiso che la vergine fece cadere sulla terra addormentata mentre filava. Chi ritrovò questo fiocco che si era nel frattempo trasformato in fiore lo battezzò Edelwaiss, che letteralmente significa "Nobile candore"

Il Bagolaro (Celtis australis). In Italia è comune in tutta la penisola e nelle isole e in particolare sul Carso ma anche in tutti i paesi mediterranei ed europei fino all'Asia mediorientale e all'Africa settentrionale. Eccezionalmente il Bagolaro può divenire un grosso albero che passa i cinque metri di circonferenza e vive fino a 200 anni. Il legno è assai apprezzato perché non tarla ed è assai duro e flessibile, ottimo da ardere. Dai suoi giovani rami si ottengono robusti ed ottimi bastoni da passeggio, chiamate bagoline. "Celtis" nel linguaggio greco antico indicava genericamente un albero a frutti dolci. Con i semi dei frutti si facevano anche le corone del rosario, da qui il nome popolare albero dei rosari.

Il Diospiro kaki del Giappone chiamato anche di Teche. Questa pianta proviene dalla Cina, è un albero ornamentale della famiglia delle Ebanacee, a radici fittonanti, bruno nerastre e fusto eretto, corteccia nerastra coperta da piccole macchioline, la chioma è tondeggiante o piramidale coperta da foglie caduche larghe quattro-nove centimetri, ovali-ellittiche, spesse, di un verde scuro lucente superiormente, sotto pallido; in autunno prima della caduta assumono un colore rossastro. I frutti sono carnosi, arancio o gialli molto acquosi a maturità sono commestibili. Questo albero può essere altro dai 5 ai 12 metri ed è considerato pianta ornamentale proprio per questi frutti che a fine ottobre, in assenza di foglie, donano una nota di colore. In Cina e in Giappone era considerato l'albero delle sette virtù: la prima è la longevità, la seconda la grande ombra, la terza è la mancanza di nidi fra i suoi rami, la quarta è la mancanza di tarli, la quinta sottolinea che si può giocare con le sue foglie indurite dal ghiaccio, la sesta non c'è stata tramandata, la settima ricorda che esse formano un bel fuoco e sono un ottimo concime per la terra.


 
I NOSTRI FIORI SPONTANEI LI CONOSCIAMO?

Presentazione. Chi conosce le precedenti opere di Chiara Jommetti, tutte tese a cogliere con amore gli aspetti anche più umili, ma non per questo meno importanti, della realtà che ci circonda, trasfigurandoli in un soffio di poesia, non si meraviglierà che essa abbia volto il suo sguardo attento anche a quei modesti esempi della nostra flora spontanea che abbelliscono i bordi dei sentieri, i cigli dei fossi, i margini delle strade lungo cui così spesso noi passiamo, senza nemmeno avvederci di loro. Un mondo quasi dimenticato, quindi, al quale Chiara nella sua ansia generosa di donare qualcosa al "prossimo", nella accezione cristiana della parola, ha voluto dedicare la sua opera, fissando per noi queste brevi osservazioni, note, informazioni su ciascun fiore, che ce lo renderanno indimenticabile, meglio certamente di qualche ponderoso tomo di botanica. Piccolo, caro manuale di piacevole lettura, di buona compagnia, di facile apprendimento, soprattutto lieto vademecum per le nostre passeggiate in campagna: per te ringraziamo Chiara. Ma a Chiara dobbiamo esser anche grati perché da ogni sua fatica scaturisce un unico, grande insegnamento che fa sentire vane e fatue le nostre giornate, anche le più impegnate e superbiose e ci fa sentire in debito verso chi tante cose ha da dirci e da insegnarci, e non solo sui fiori. Grazie, Chiara, per questa tua nuova piccola grande fatica!
G. Franco Biadene

Prefazione. Vi chiederete come mai io mi sia interessata tanto a fiori ed erbe da volerne scrivere un libro. Beh! Per i miei compaesani non è una novità. Sul nostro giornalino locale già da tempo mi occupo di fiori spontanei. Certo che nemmeno io so come mi sia nata questa passione. Alcuni motivi possono essere ricercati nelle origini di un mio nonno la cui famiglia per generazioni è stata di farmacisti. Certo questa non può essere l'unica ragione, anche se da loro avrò ereditato la passione per le piante medicinali e non. Una volta le medicine si facevano con le erbe, ma deve aver senz'altro influito il mio vivere in campagna a contatto diretto con la natura. Fiori, erbe e bacche per me non sono mai stati molto misteriosi. Ho avuto la fortuna di avere una "Tata" prima, un aiuto poi, che mi hanno sempre fatto vedere, conoscere, le piante e i fiori, che ho imparato ad amare. Certo che da bambina li raccoglievo per portarmeli a casa o per farmene delle ghirlande. Piano, piano, crescendo, con l'aiuto delle persone vicine, sono riuscita a costruirmi un erbario catalogando molti di questi piccoli esemplari di flora locale e che ancora oggi vado a guardare con una certa ammirazione per come si sono conservati nel tempo. Da questo è nata l'idea di parlarne attraverso il Giornale locale e poi, visto che la cosa interessava tutte le persone con cui ne parlavo alcune mi hanno spinto a fare qualcosa di più e di meglio dei miei articoli, ed è così che è nato questo libro, sperando che piaccia a tutti anche a quelli che fino ad ora non si sono interessati alla materia. Ho cercato di fare una cosa semplice, che soddisfi la curiosità senza annoiare, lasciando quel tanto di magico che ogni fiore porta con sé.
Chiara Jommetti

(segue una selezione di fiori fra quelli trattati nel libro)

FIORI BIANCHI

SILENE INFLATA Silene Angustifolia
La pianta di cui vi voglio parlare è fra le prime a comparire in primavera e subito i suoi germogli vengono raccolti per essere usati in minestre, frittate e risotti, hanno un sapore molto simile a quello dei piselli. La Silene è una pianta erbacea graziosa che cresce in terreni incolti e raggiunge 50-60 cm di altezza, i suoi cespi hanno foglie allungate-lanceolate senza picciolo, opposte su di uno stelo carnoso con nodi evidenziati a regolare distanza, a volte anche di colore rossastro. Le foglie sono verde chiaro quasi cerose, lucide e se strofinate fra le mani danno quel caratteristico scricchiolio che dà anche la verza. Il fiore ha un calice a botticella o vescichetta che è la caratteristica di questa specie, gonfio e reticolato; i petali sono cinque molto incisi e di colore bianco, raramente rosa; i fiori sono raccolti in grappolini leggermente penduli e lievemente profumati al tramonto. Quando compaiono i fiori le foglie si fanno più sottili e non sono più commestibili. Questo fiore crea grossi problemi a farfalle e api, il suo calice è talmente profondo che questi poveri insetti faticano a raggiungere il polline con la loro proboscide; più furbi sono i calabroni che hanno imparato a forare il calice alla base raggiungendo il polline più facilmente. La pianta è ricca di vitamina C, si ritiene abbia azione depurativa ed antianemica. Gli antichi Greci l'avevano dedicata a Sileno, vecchio amico di Bacco, gaudente dio dei boschi e della natura selvaggia che sapeva ritrovare la saggezza nelle situazioni critiche, benché la sua grossa pancia a botte fosse spesso gonfia di vino. La pianta suddetta diffusa in Europa, Africa e America. Qualche altro nome: S'ciopeti, Scrinzioi, Strigoli. Appartiene alla famiglia delle Cariofillacee.

STRAMONIO Datura Stramonium
Questa pianta erbacea annuale cresce in terreni ghiaiosi, sabbiosi, incolti e selvaggi, dal mare alla zona sub-montana. Il suo fusto è robusto, cilindrico, talora cavo, sfumato di colore violaceo, alto sino ad un metro, ha foglie irregolari con margine variamente dentato, di colore verde intenso. I fiori sono solitari, disposti alla biforcazione dei rami, sono bianchi, talvolta azzurri violacei, imbutiformi. Il calice alla base è rigonfio e la corolla anch'essa tubolare è lunga due volte il calice; fioriscono da giugno a settembre. I frutti dello Stramonio sono a capsula coperta di aculei e formata da quattro valve contenenti numerosi semi reniformi. È una pianta velenosa, repellente, dall'odore assai disgustoso. Nel Medioevo era conosciuta con il nome di "Stricnos Maniacos" Pur essendo velenosa possiede proprietà terapeutiche per la cura dell'asma nervosa, nell'insonnia, isterismo ed epilessia; pianta per così dire, maledetta e benefica. In Italia la coltivazione è assai limitata mentre è coltivata nella penisola Balcanica. Nell'antichità si usavano filtri con stramonio per incantesimi vari, si dice che anche i filtri della maga Circe contenessero lo Stramonio; una droga che produceva sogni incantati, gioia e tranquillità. Gli zingari quando commerciavano cavalli con enfisematosi (bolsaggine), li trattavano con i semi di Stramonio così per un certo periodo veniva mimetizzata la malattia e potevano rivenderli con guadagno. Un segreto degli zingari! Nomi popolari: Erba del diavolo, Pomo spinoso, Spusari, Tromba del giudezz. Appartiene alla famiglia delle Solanacee.

FIORI GIALLI

TOPINAMBUR Heliantus
Perché il Topinambur si chiama così? Il nome Topinambur è una voce brasiliana giunta fino a noi dal francese, mentre Heliantus è la versione greca che lo chiama fiore del Sole da "élios" che vuoi dire sole e "anthos" fiore. Il Topinambur è una pianta originaria del Nord America, importata in Europa nei primi anni del '600 dove è stata coltivata, ma si è diffusa anche allo stato spontaneo. I suoi tuberi sono commestibili, tanto che la si chiama anche "pera di terra" e "patata selvatica" (questa è una ragione della sua coltivazione). Ha infatti un sapore dolciastro che però non ha incontrato molto. I suoi fiori vi saranno noti senza dubbio, sono di un giallo assai solare e li troviamo lungo le rive dei fiumi quasi volessero ammirare la loro bellezza nelle acque. In pratica è uno degli ultimi fiori che l'autunno ci regala. La sua pianta rientra nella famiglia delle Composite, raggiunge l'altezza di due o tre metri ed ha foglie quasi tutte opposte, ben picciolate, ovali e munite di grossi denti, lunghe da dieci a venti cm. Le foglie inferiori sono arrotondate e cuoriformi alla base. Il fiore si compone di vari petali: assomiglia ad un girasole in miniatura o ad una grande margherita gialla. Il curioso è che ogni petalo ha al termine due punte, cosa raramente riscontrata in altri fiori. La lunghezza di ogni petalo varia dai 4 agli 8cm. La fioritura avviene, come ho detto, nel periodo di pieno autunno, cioè fine settembre, inizio ottobre. I tuberi vengono raccolti in autunno e vengono utilizzati freschi, hanno proprietà antisettiche, mineralizzanti, vitaminiche, cibo adatto anche ai diabetici. Appartiene alla famiglia delle Composite.

VERBASCO Verbascum Thapsus
Per stare alle parole del "Vecchio Testamento" il bastone di Levi su cui era stato inciso il nome di Aronne aveva germogliato e fiorito dopo essere stato introdotto nel Tabernacolo. Questa è la leggenda sulle origini del Verbasco chiamato anche Verga di Aronne. È una pianta che cresce lungo le strade e in luoghi incolti dal mare alla zona montana della nostra penisola e delle isole, in terreni piuttosto asciutti e aridi dove innalza il suo fusto che può raggiungere anche l'altezza di due metri. Lungo questo fusto rigido compaiono all'inizio dell'estate fiori gialli a cinque petali un po' riuniti ravvivati al centro da una pennellata di rosso. Ha foglie fitte cotonose e piuttosto ruvide. È una pianta mellifera ossia i fiori producono nettare liquido zuccherino con cui le api fabbricano il miele. Plinio consigliava l'uso del Verbasco in casi di lesioni o irritazioni polmonari; inoltre i fiori entrano nella composizione della tisana dei quattro fiori. Il Verbasco assomiglia ad un cero tanto da meritarsi il nome popolare di Candela Regia. Un tempo con le sue foglie si facevano gli stoppini per le lampade o lumi ad olio, nulla veniva scartato, neppure il fusto che veniva utilizzato per far fuoco nei forni di mattoni per la panificazione. Vi cito alcuni nomi popolari: Verbaschio, Lampazzo giallo, Lavedon, Piantandomene. Appartiene alla famiglia delle Scrophulariaceae.

FIORI ROSA E LILLA

CARDO MARIANO Silybum Marianum Gaertn
Il Cardo mariano spontaneo nelle regioni mediterranee e in quelle dell'Asia occidentale, si è acclimatato bene anche in Inghilterra ed in America. Da noi risale fino alle zone submontane ma è soprattutto diffuso nell'Italia centrale e meridionale, lo si trova lungo i sentieri, nei luoghi incolti, nelle vicinanze dei villaggi. È una pianta biennale completamente sprovvista di pelosità e notevolmente spinosa che supera spesso il metro di altezza; nel primo anno produce una rosetta di foglie e nel secondo lo scapo fiorale. Le foglie sono lucenti, lunghe dai 30 ai 40 cm, macchiate di bianco, il margine è ondulato variamente, lobo-dentato con lobi triangolari terminanti con una spina. I fiori sono riuniti in capolini posti al termine di lunghi rami; i capolini sono grandi e con la base concava, sono circondati da diverse serie di squame. I fiori, posti al centro del capolino, sono tutti uguali e hanno la corolla di colore rossastro violaceo, con fioritura all'inizio dell'estate. Il frutto è un achenio ovale allungato, di colore scuro, spesso marmorizzato, sormontato da un piccolo pappo di setole biancastre. Produce una grande quantità di semi particolarmente graditi ad un vivace uccellino che dal cardo prende il nome: cardellino, esso si posa leggero sul fiore trasformato ormai in un fiocco setoso con l'ovario pieno di semi, che becca con grande ingordigia; se spaventato da qualche improvviso pericolo, scappa rapidamente lasciando cadere il seme che portava nel becco offrendo così la possibilità di propagare la specie. Questa si che è collaborazione! Il Cardo mariano fin dai tempi antichi è conosciuto nelle campagne; la pianta viene usata tutta: le foglie giovani si consumano in insalate, le radici e i capolini si cuociono in acqua con altri ortaggi, la pianta triturata si dà al bestiame. È conosciuto come Cardo della Madonna perché una vecchia leggenda vuole che le macchie bianche delle sue foglie siano gocce di latte che la Vergine avrebbe lasciato cadere sulla pianta per ricompensarla di avere nascosto sotto le sue foglie il Bambino Gesù durante la fuga in Egitto. L'Ordine inglese di S.Andrea ha per insegna il cardo mariano con il motto: "nessuno mi può disturbare impunemente" che fa riferimento alla spinosità della pianta. Le sue proprietà medicinali sono: depurative, digestive, toniche, disintossicanti del fegato. Nomi popolari: Cardo santo, Cardo lattato, Latte di Maria, Cardo macchiato, Cardalana. Appartiene alta famiglia delle Composite.

STANCABUE - ONONIDE Ononis Spinosa e Repens
Il nome italiano di questo piccolo arbusto legnoso è un po' la carta d'identità di questa pianta, la sua radice molto robusta, profonda e tenace impediva i lavori d'aratro affaticando i buoi che lo trainavano. Come già abbiamo detto l'Ononide è un piccolo arbusto spinoso: l'Ononide spinosa, frequente in terreni aridi e argillosi di tutta Italia; meno diffusa l'ononide repens, cresce sulle Alpi e sugli Appennini. Le due specie sono molto simili fra loro. Il fusto spesso legnoso alla base, prostrato-ascendente e peloso ha una altezza massima di 70 cm, è molto ramificato e i rami minori terminanti in una spina spesso doppia; queste spine sono pericolose per gli animali che, brucando, si feriscono le mucose. Le foglioline hanno un piccolo corto picciolo, sono ovali, hanno il margine finemente dentellato e la superficie coperta di peli sottili. Ad ogni gruppo di foglie si accompagnano, isolati o in gruppi di due o tre, i fiori dalla forma bizzarra molto simili a quelli del pisello ma più piccoli e di colore rosa lilla chiaro sfumato, di bellissimo effetto. Ben nascosti tra le foglie ed i fiori ci sono degli aculei molto pungenti. La fioritura avviene dall'inizio della primavera all'inizio dell'autunno. All'Ononide fin dall'antichità venivano riconosciute specifiche proprietà medicamentose quali le depurative, le antinfiammatorie, le astringenti e le diuretiche; di queste ultime nel I secolo d.C., Dioscoride, famoso botanico greco, scriveva che la scorza della radice macerata nel vino aumentava la diuresi e diminuiva la renella. C'era però anche un motivo per cui queste piante erano detestate dai contadini; infatti se le vacche mangiavano le foglie che hanno la particolarità di emanare un forte odore sgradevole di caprino, il latte, il burro ed il formaggio prodotti erano maleodoranti. Nomi popolari: Medica spinosa, Arresta bue, Fermabove, Spigna carvina. Appartiene alla famiglia delle e Papilionacee.

FIORI AZZURRI

ANEMONE Hepatica Nobilis
Il fiore di cui vi parlo fiorisce alla fine dell'inverno: è l'Anemone selvatico, da noi veneti comunemente noto come "oci de bo". Non è del tutto errato chiamarlo così; assomiglia a degli occhi un po' grandi, di un azzurro-lilla tenue. Voglio dirvi ora una curiosità, prima di passare a darvi la sua carta d'identità. Il nome anemone è derivato dal greco "anemos", che significa vento, infatti il fiore sceglie di abitare in boschi o zone ventose, fiorisce poi nel periodo in cui le folate di vento (marzo-aprile) sono particolarmente frequenti (la sua fioritura avviene all'inizio della primavera ed è limitata nel tempo). Ed ora eccovi la sua carta d'identità: quello che finora ho chiamato Anemone ha anche altri bei nomi, da quello più popolare "oci de bo", attribuitogli da molti, a "erba Trinità", a "occhi di gatto", ed infine ad "anemone hepatica". Le foglie di questo fiore hanno al rovescio una ruvida peluria, e sono di colorazione rosso bruna. Le foglie venivano usate in farmacopea prima del secolo XV. Il loro uso più noto era curare le malattie del fegato. Fa capo alla famiglia delle ranuncolacee. Vive in luoghi boscosi e selvatici, come gia vi ho detto, di tutta Europa, escluso l'estremo Nord, soprattutto in regioni montuose, terreni umidi, sottoboschi calcarei da 400 metri a 2200. Ecco una annotazione curiosa: avete mai notato che i fiori di primavera, tolto il bucaneve, sono tutti azzurri? E poi si passa ai fiori di colorazione gialla. Appartiene alla famiglia delle Ranuncolacee.

ERBA VIPERINA Hechium Vulgare L.
l'erba viperina L'Erba viperina è una pianta che vive di preferenza lungo le strade, nei luoghi incolti ed aridi talvolta anche nei campi, dalle zone selvagge marine alle sub-montane di tutta Italia. Ha il fusto eretto ramificato dalla base, irsuto con lunghe setole miste ad altri peli corti, le foglie sono basali, molto fine e strette alla base decrescenti verso l'alto, lanceolate e lineari ricoperte di una peluria bianca, ispida che però non è pungente. L'orgoglio di questa pianta sono i suoi fiori di un azzurro intenso anche se quando sono in bocciolo ci appaiono rosei, disposti in forma di pannocchia cilindrica su ogni stelo dell'altezza di 30-90 cm. fioriscono quasi tutti contemporaneamente donandoci una incantevole macchia di colore per tutta la calda estate. Il nome volgare di questa erba spontanea per prima cosa ci ricorda il tempo antico in cui era usata per curare i morsi delle vipere. Infatti Dioscoride botanico e scrittore greco insigne la citava fra le erbe curative ed anche preventive. Altro riferimento alla vipera ce lo fornisce un erborista inglese, William Coles, del XVII secolo con una sua interpretazione cioè che il fusto fosse macchiato come la pelle dei serpenti, da qui secondo "la dottrina dei segni" verrebbe la conferma delle virtù antitossiche. Pure la fantasia popolare rafforzava queste ipotesi ravvisando nei fiori una certa somiglianza alla testa di questo rettile. Il nome Echium deriva dal greco ekis "vipera" e ha uno specifico riferimento ad antiche leggende. Gli erboristi però trovarono altre proprietà salutari come emolliente pettorale, sudorifera, diuretica, depurativa e quella di promuovere il flusso latteo delle donne. Le virtù che in linea di massima possiede anche la Borragine. Appartiene alla famiglia delle Boraginacee.

FIORI VIOLA

DULCAMARA Solanum Dulcamara
La Dulcamara è un'erba comune in tutta Italia in luoghi freschi, lungo le siepi, sulle rive dei corsi d'acqua, talvolta sui muri e nelle dune marittime. È una pianta che cresce rapidamente e che appoggia i suoi esili rami ad altre piante come supporto, per questa sua caratteristica può essere scambiata per una pianta rampicante ma il suo fusto non è volubile e senza viticci per arrampicarsi; in terreni umidi il fusto è flessibile striscia fra i cespugli, assomiglia piuttosto ad una liana. Essa appartiene allo stesso genere della patata ed ha come quest'ultima dei fiori a stella a cinque lobi in mezzo ai quali spuntano le antere. I fiori della Dulcamara sono violetti a cuore giallo, riuniti a piccoli corimbi essi producono alla maturazione delle bacche rosse ovoidali per alcuni molto velenose per altri innocue. Esse contengono numerosissimi semi reniformi. Questa pianta può raggiungere uno o due metri di altezza e fiorisce durante tutta l'estate. Le foglie di un verde cupo sono alternate, con picciolo, un po' pelose generalmente ovali, quelle superiori a forma di alabarda. Il significato del nome scientifico Dulcamara deriva dall'unione di due parole latine che significano dolce-amaro, questo perché la solanina presente nel fusto, nelle foglie, nelle bacche conferisce a queste parti della pianta un sapore prima amaro e poi dolce. La Dulcamara volgarmente chiamata anche Corallini, Morella legnosa, Solastro legnoso, può a forti dosi essere velenosa, quindi il suo impiego deve essere controllato. Fatte queste riserve, questa Solanacea può essere un ottimo depurativo, un diuretico, un sudorifero e un lassativo. Nel medioevo le attribuirono anche virtù cosmetiche. Appartiene alla famiglia delle Solanacee.

SALVIA SELVATICA Salvia Pratensis
il fiore della salvia Chi di voi non conosce quel fiore blu-viola scuro a spiga che appare nei nostri prati all'inizio dell'estate e vi rimane fino alla fine dell'autunno? Ebbene quel fiore è una delle tante specie di salvia, della famiglia delle Labiate, forse meno nota come tale. Essa è conosciuta con altri nomi come "Erba bucherosa" e "Chiarella". Le sue foglie sono dentate e di un bel verde, mentre i suoi fiori sono composti da varie piccole bocche di leone molto aperte e leggermente ricurve, il suo fusto può raggiungere gli 80 cm di altezza. In genere questa pianta che vive anche sui cigli stradali e sui terreni calcarei non ama vivere raggruppata in zone molto vaste ma ben distribuita qua e là; è quindi nota in quasi tutta la nostra Penisola. Secondo alcuni trattati è utilizzabile come condimento per minestre e intingoli, ma è sempre più saggio usare in questo caso la Salvia Officinalis L. Le api che attingono il nettare dai suoi fiori poi un miele dolcissimo e profumato con sapore moscato. Belli e molto ornamentali sono i suoi rustici fiori quali si possono formare allegre e simpatiche composizioni. Una antica credenza dice che per le notti insonni, se raccolta a tempo debito e debitamente usata, sa dare sonni sereni e sogni d'oro!!! Appartiene alla famiglia delle Labiate.

FIORI ROSSI, infiorescenze e bacche

ALCHECHENGI Phisalis Alkekengi L.
Siete graziosi palloncini quasi piccole lanterne disposte vicino al sottobosco per illuminare l'aria azzurrognola d'Autunno.
Perché si chiama così? Fhysalis, dal greco "physocidés", simile a bolla, allusivo al frutto vescicoso, "Alkekengi", etimologia incerta, probabilmente dall'arabo "al Kakang". Gli alchechengi con i loro bei palloncini aranciati, sono una pianta della famiglia delle Solanacee, di cui fanno parte anche le patate, i pomodori, le melanzane e altre verdure a noi note. Hanno diversi nomi ed usi, sui quali io non mi soffermerò se non per quelli riguardanti il campo alimentare e della pasticceria. Questa pianta, che in primavera spunta nei boschi, ma anche nei prati, assomiglia molto alla patata, soprattutto come fiore, che è assai piccino e bianco. È in autunno che esplode la festa del colore e lungo i tralci striscianti di questa pianta si vengono a trovare molti palloncini simili alle lanterne cinesi. Nel loro interno hanno una bacca che è pure arancione ed è questa bacca che viene usata in pasticceria, dopo essere stata ricoperta di cioccolato o candita viene posta su dolci e paste. Con essa si può ottenere del vino assai gradevole, a detta dei testi consultati. Dopo aver raccolto parecchi rami e averli privati delle foglie, li possiamo mettere in un bel vaso senza acqua e per tutto l'inverno ci sarà allegria in quella stanza. Gli altri nomi sono: Palloncini, Vescicario o Ciliegie d'inverno, mentre in Francia hanno il poetico nome di "Amore in gabbia". Questa pianta è coltivata in quasi tutta l'Europa, in Spagna, Francia, Germania, Svizzera, soprattutto per i suoi usi terapeutici di cui io non vi ho parlato. Appartiene alla famiglia delle Solanacee.

FUSAGGINE Evonymus Europaeus L.
Molte volte vi sarà capitato di vedere nelle grandi città nei punti più strategici persone che disegnavano le bellezze artistiche con il carboncino, ma pochi di noi sono a conoscenza che quel carboncino si ricava dal legno di una pianta che si chiama Fusaggine. Consiste di un arbusto bello e molto decorativo, molto ramificato, i rami sono a sezione quadrata dapprima verdi e poi grigio-bruni, può raggiungere l'altezza di quattro metri. Le sue foglie sono opposte e verticillate, ovato-lanceolate finemente seghettate e coriacee. I fiori sono incolori verdi giallastri e non attirano certo l'attenzione. La Fusaggine si nota soprattutto in autunno nei boschi e nelle siepi quando appaiono i suoi frutti di un bel rosso-arancio formati da un involucro che contiene quattro semi anch'essi di colore arancione; sembra un fiore, un corallo ma per forma può ricordare una berretta da prete. La Fusaggine è una pianta tossica in tutte le sue parti, le ricerche scientifiche hanno appurato che persino la segatura provoca disturbi ai tornitori che lavorano il suo legno. In tutte le nostre regioni le hanno dato nomi significativi, il più vicino al suo di origine è quello del Veneto e cioè Fusan o Strafusan, a seconda delle zone; interessanti sono i tre nomi che la Liguria, il Piemonte e la Sicilia danno a queste bacche: Berretta da prève, Bosch d'jabatin, Birritta cardinalesca. È una pianta che attira la simpatia di tutti peccato che sia così pericolosa. Appartiene alla famiglia delle Celastraceae.


 
UCCELLI e INSETTI

Il gabbiano comune (larus idilands). In Europa lo si trova alle medie latitudini, dal secolo scorso ha cominciato ad espandere il proprio areale colonizzando alcune regioni mediterranee. Ha una particolare caratteristica se lo si osserva da vicino: occhio bruno scuro a cerchio bistrato, mentre il becco e le zampe sono rosso ceralacca; lo si potrebbe quasi eleggere a emblema dell'eleganza estrosa. Secondo un mito degli indios della Colombia brittanica, riferito da James George Frazez, il gabbiano era in origine proprietario della luce del giorno che custodiva gelosamente in una scatola per uso personale, ma il corvo nero dell'America centrale con uno stratagemma riuscì a rompere la scatola a beneficio dell'umanità. Che il gabbiano possa impersonare la luce è una sensazione che abbiamo avuto tutti osservandolo in controluce: pare come fondersi con i raggi solari. Ma è anche un uccello aggressivo capace di assalire animali abbastanza grossi uccidendoli; è tuttavia molto socievole con i suoi simili, tanto che ama nidificare in schiere numerosissime. Un'intera parete rocciosa dell'isola Martana sul lago di Bolsena, dove venne giustiziata la regina dei Goti Amalasunta, ospita migliaia di nidi di gabbiani che fanno risuonare l'aria di un coro assordante di stridii meravigliando chi vi si reca avvicinandosi silenziosamente con una barca a remi.
In una poesia di Cardarelli i gabbiani simboleggiano l'inquietudine:

"Non so dove il gabbiani abbiano il nido",
"ove trovino la pace"
"io son come loro",
"in perpetuo volo,"
"la vita sfioro,"
"come essi l'acqua ad acciuffar il cibo"
"e come forse anch'essi amo la quiete,"
"la gran quiete marina"
"ma il mio desiderio è vivere"
"balenando in burrasca"

da una mia raccolta di poesie traggo invece i seguenti versi:

Il gabbiano
"come il bianco gabbiano"
"vola sopra l'azzurro mare"
"il mio spirito viene verso di te"

La rondine. La specie è ampiamente distribuita come nidificante in tutta Europa. Nel territorio dei Colli Euganei è estiva, presente da metà marzo a ottobre. Per la nidificazione evita le zone densamente edificate e preferisce le costruzioni rurali di tipo tradizionale con ampi porticati, stalle e fienili, che ancora si trovano relativamente diffuse nella nostra zona. È un uccello molto conosciuto e amatissimo perché il suo arrivo nel nostro paese coincide con l'arrivo della primavera. È lungo 19 centimetri al massimo; la coda è caratterizzata dalle lunghissime timoniere esterne che possono raggiungere gli 11 centimetri. Il maschio ha le parti superiori a che sono colorate di blu con riflessi metallici, la fronte e la gola sono di colore blu-nero, mentre le altre parti sono di un color rossiccio, o crema. La si può trovare nelle zone montuose più illuminate; la rondine ama nidificare sia isolatamente che in colonie con una grande quantità di individui. Il nido è una scodella costituita da fango, paglia e penne ed è attaccato ai cornicioni dei fabbricati oppure sotto il tetto o, raramente, sugli alberi. La femmina depone quattro-cinque uova bianche con macchie rosso scure due volte all'anno. La rondine è una grande volatrice e solitamente di altitudine. Si ciba esclusivamente di insetti che caccia in volo: è una grande distruttrice di zanzare e di insetti fastidiosi per l'uomo. L'incubazione delle uova può durare dai 13 ai 18 giorni secondo la quantità di cibo che il maschio porta alla femmina: infatti la femmina spesso è trascurata dal compagno e deve perciò provvedersi da sola il cibo abbandonando così le uova per più ore.

L'usignolo. L'usignolo vive in tutta l'Italia tranne nelle zone montane. È un uccello senza particolari caratteristiche per quanto riguarda il piumaggio, infatti le parti superiori del capo sono uniformemente colorate di bruno; quelle inferiori sono bianche sporcate di brunastro. L'usignolo è lungo circa 15-16 centimetri; le femmine non sono molto diverse dai maschi, sono solo più piccole, col piumaggio più sbiadito. Il maschio dell'usignolo si accoppia e difende fino allo stremo delle sue forze il territorio. È un uccello che per nidificare inizia a preparare il nido otto giorni prima che arrivi la femmina. Il nido è ampio ed è prevalentemente posato sul terreno tra le erbe nel folto di un cespuglio. Ogni anno a maggio, l'unica femmina che il maschio riconosce, depone quattro o cinque uova brunastre che si schiudono dopo una settimana di cova. Dopo la schiusa i piccoli rimangono nel nido per altri quindici giorni. L'usignolo ama prevalentemente i boschetti, i prati e i giardini vicino all'acqua e anche se è un uccello solitario dà confidenza all'uomo da cui si lascia avvicinare. Il canto del maschio dell'usignolo è considerato il più bello e melodioso degli uccelli d'Europa, è veramente incantevole per la ricca armonia delle frasi musicali, la ricchezza delle note e la variazione del ritmo. Ma come tutte le cose belle, anche questo canto è limitato nel tempo, infatti l'usignolo lo emette soltanto prima della corte quando deve attrarre la femmina fino al momento in cui i piccoli escono dal nido. Poiché questo periodo corrisponde a quello della sua permanenza nelle nostre regioni, dobbiamo ritenerci fortunati! In seguito il maschio si limita solamente a emettere un grido di allarme "kerr" e la nota di richiamo "più più più". L'usignolo rappresenta col suo canto la parola del predicatore che diffonde e fa amare al mondo la dottrina insegnata dalla voce di Cristo.

Il pavone. Il pavone è originario dell'India e dell'isola di Ceylon. Si alleva per ornamento perché le sue carni non sono buone che nella prima gioventù. Allo stato domestico mangia quanto mangiano le galline; negli allevamenti avicoli, se c'è un pavone, esso diventa subito un piccolo tiranno che però i tacchini sanno tenere a bada. Il quadro ambientale che meglio gli si addice è il parco o il giardino. Torniamo all'India ispiratrice del simbolismo. Si presenta a cavallo di un pavone la dea Saravati, madre dei Veda, costruttrice della lingua sanscrita, dea dell'arte, della scienza, dell'eleganza. Giustiniano volle coronare il suo capo con le piume dell'uccello sacro, attribuendo loro il simbolo della gloria universale; nel ritratto impresso su monete e statue dopo la vittoria sui Vandali e Persiani probabilmente si era ispirato alla tradizione persiana dove il pavone simboleggiava la regalità, la bellezza e l'immortalità. Lo Scià di Persia o Imperatore saliva su un trono detto "il trono del pavone", d'altronde il legame del pavone con la regalità è testimoniato anche in Giappone dove si usava conferire come onorificenza una sua penna a chi aveva meritato il favore imperiale o ottenuto un altro grado militare. Sulla scia delle creature pagane, i cristiani idearono il simbolo della resurrezione.

Cardellino. La specie è ampiamente diffusa in tutta Europa dal Mediterraneo alla Scandinavia con l'esclusione delle latitudini più elevate; nel territorio dei Colli Euganei è ben rappresentato durante tutto l'anno, è parzialmente sedentario nidificante; si aggiungono tra settembre tra aprile individui in migrazione; è svernante come altri fringillidi. Il cardellino nella simbologia denota fertilità e ardimento, mentre nell'arte cristiana è raffigurato in relazione alla passione di Cristo Salvatore perché l'uccello è associato alle spine e ai cardi.

Pettirosso. Ampiamente diffuso in tutta Europa ne abbandona in inverno le regioni con un clima più rigido, nel territorio dei Colli Euganei è specie nidificante e svernante; la popolazione locale probabilmente è sedentaria. Durante la stagione riproduttiva si distribuisce abbastanza uniformemente nei boschi freschi dei rilievi, soprattutto nei castagneti, mostrando una netta predilezione per quelli più sviluppati e per la presenza di un fitto sottobosco e di corsi d'acqua. Può anche abitare i più fitti boschi cedui di robinia e più raramente si incontra delle associazioni boschive non di tipo termofilo. Il pettirosso nella simbologia germanica è sacro a Thor, mentre nella simbologia cristiana rappresenta Marte e la risurrezione.

Fringuello. Specie grandemente diffusa in tutta Europa. Nel territorio dei Colli Euganei è comune nidificante, inoltre, in marzo e aprile, tra la fine di settembre e metà novembre, tutta l'area è attraversata da numerosi gli individui in migrazione, una parte dei quali si ferma a svernare. Frequenta praticamente tutti i tipi di associazioni boschive abbastanza aperte, i margini dei boschi, gli oliveti, i frutteti, le campagne con alberature, i parchi, infatti predilige la presenza di alberi di cui utilizza soprattutto la parte superiore della chioma e tra le biforcazioni dei rami fissa il suo morbido nido.

A questo riguardo c'è una bella leggenda che accomuna tutti e tre questi uccelli, eccovela. Secondo una leggenda, il cardellino, il pettirosso e il fringuello, mossi da compassione di fronte alle sofferenze di Gesù, si misero attivamente al lavoro per togliere a una a una le spine della corona che gli trafiggevano le carni, ma tutti e tre furono feriti da quei rovi bagnati dal sangue divino. Sicché le parti del corpo che furono colpite ne rimasero gloriosamente segnate: il pettirosso e il fringuello nei loro pettorali rosso sangue, il cardellino sulla testa col suo cappuccio rosso e questo privilegio è tramandato di generazione in generazione ai loro successori.

Libellule. Secondo la mitologia Maya, la luna e il sole, prima di diventare gli astri che noi oggi noi vediamo, furono creature terrestri, una giovinetta ed un ardito cacciatore. Fra i due nacque l'amore e dopo numerose vicende, fuggirono insieme. Il nonno della ragazza, irato, la fece uccidere. Le libellule raccolsero il corpo e il sangue della ragazza, in tredici ceppi cavi. Dopo tredici giorni di ricerche il sole trovò i ceppi. Da dodici di essi nacquero insetti nocivi e serpenti, che andarono a popolare tutto il mondo, dal tredicesimo uscì la luna resuscitata.

La lucciola. Le lucciole sono le piccole lune terrestri che occhieggiano fra boschi e campi. Sono ormai apparizioni abbastanza rare ai nostri giorni a causa dei veleni che si spargono quotidianamente nelle campagne. Lucciola è il nome comune di vari insetti coleotteri della famiglia Lampyridae caratteristici per la luminosità della parte posteriore dell'addome. Depongono uova da cui nascono larve allungate fornite di una leggera luminescenza. I maschi adulti sfarfallano nell'aria all'inizio dell'estate, mentre le femmine, sprovviste di ali, li osservano da terra rispondendo con una luce continua. A quel punto i maschi cominciano a volteggiare sopra le femmine illuminandosi più spesso per poi precipitarsi nel talamo nuziale; sicché si potrebbe evocare dalla lucciola l'emblema dell'amore nella quiete notturna. Gli antichi non riuscivano a spiegarsi il fenomeno della luce emessa dagli ultimi anelli del corpo vermicolare delle lucciole, sicché alcuni congetturano che si trattasse di un privilegio concesso dagli Dei. D'altronde ancora nel secolo scorso gli studiosi pensavano erroneamente che fosse dovuta a ghiandole fosforescenti o alla presenza di idrogeno fosforato. Oggi si sa che gli ultimi segmenti addominali sono costituiti da uno strato di tessuto adiposo nel quale un frammento ossidante, detto luciferasi, agisce sulla luciferina, una sostanza forse lipidica, originando una luce fredda, riflessa da uno strato circostante ricco di concrezioni uriche. Una volta nel Veneto si cantava una filastrocca:

"Lucciola, lucciola,
vien da me,
ti darò un pan del re,
Pan del re e della regina
lucciola, lucciola,
vien vicina".

In Sicilia l'insetto luminoso, è stato chiamato "le candeline del pastore" perché illuminava le notti nei pascoli. Una volta i bambini usavano mettere una lucciola o più lucciole sotto un bicchiere sperando di trovare al mattino una moneta al suo posto.

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